9 Giugno 2004

Depressione

“Vuoti a perdere”, Rapporto Caritas-Zancan 2004 su esclusione sociale e cittadinanza incompiuta

Negli episodi depressivi tipici, l’individuo soffre di un abbassamento dell’umore, un calo di energia e una riduzione dell’attività. Si riducono la capacità di provare interesse e piacere, l’attenzione e la concentrazione. È comune una marcata stanchezza dopo un minimo sforzo. Generalmente, il sonno è disturbato e l’appetito diminuito. L’autostima e la fiducia in se stessi sono quasi sempre ridotte e sono spesso presenti idee di colpa e indegnità. Ne derivano, in un circolo vizioso, l’isolamento, la solitudine, i comportamenti autodistruttivi: tutti fattori di non autosufficienza attuale e potenziale. Sentirsi soli anche quando si è tra le persone più care e più vicine amplifica il senso di ansia e di angoscia. Purtroppo questi stati d’animo connotano sempre più la condizione umana delle nuove generazioni.

Secondo dati Oms, la depressione è la causa principale di invalidità globale ed è quarta fra le dieci principali cause del peso mondiale dei disturbi. È la prima causa di invalidità nel mondo (quasi il 12% dei casi) ed è dichiarata causa di invalidità per l’1% della popolazione mondiale (64.963.000 di persone su oltre 6 miliardi). A livello mondiale, i disturbi neuropsichiatrici sono causa di morte per 1.105.000 persone (anno 2002); in 13 mila casi la principale causa di morte è direttamente correlata alla presenza di disturbi depressivi. Secondo alcune ricerche, l’8,5% dei pazienti che si rivolgono al medico di famiglia soffre di depressione.

Ci sono autori che sostengono che in Europa la depressione colpisce il 14% della popolazione; altri affermano che soffre di depressione il 27,5% degli adolescenti italiani tra i 15 e i 17 anni, mentre a livello mondiale ne soffre il 13% dei ragazzi della stessa fascia di età. Ancora, secondo altre statistiche ne soffrono in media 17 italiani su 100 e ogni anno si verificano 250 casi in più ogni 10 mila abitanti; un italiano su cinque, però, ha già pagato o paga sulla propria pelle il peso della malattia, mentre il rapporto tra donne e uomini che soffrono di depressione è di due a uno.

Al di là delle cifre, c’è senz’altro il dato che le persone, se gliene viene offerta un’opportunità affidabile, non trascurano di consultare qualche esperto, qualsiasi sia il tipo di sintomatologia depressiva che le affligge. Per esempio, dopo che a Padova si è decisamente implementata la presenza attiva nei distretti sociosanitari dei gruppi di lavoro psichiatrici che costituiscono i centri di salute mentale, dal 2001 al 2003, cioè in soli due anni, le persone in cura per disturbi bipolari sono aumentate da 145 a 240, e i malati curati per altri disturbi depressivi sono aumentati addirittura da 1.996 (nel 2001) a 2.934 (nel 2003).

Un fatto ampiamente noto, poi, è la ridotta compliance, cioè l’incompleta aderenza di molti pazienti alle prescrizioni farmacoterapiche dei loro specialisti “di fiducia”. Per esempio, in uno studio condotto presso la Asl 16 di Padova, dove è rilevabile una tradizione di servizio attento alla persona del paziente, un quarto dei malati depressi assume i farmaci prescritti in maniera non continuativa, e un terzo non segue la terapia di mantenimento prescritta.

Molto interessante l’ipotesi che la depressione sia biologicamente una strategia adattiva – cioè, vincente per la sopravvivenza della specie umana – in quanto consente agli individui un migliore adattamento sia alla perdita di legami significativi con altri componenti del gruppo sociale di riferimento (disturbo dell’attaccamento), sia alla perdita di status sociale rispetto alle gerarchie di dominanza e subordine che caratterizzano comunque qualsiasi gruppo sociale. Un esempio che consente di cogliere intuitivamente la complessità del tema riguarda il fatto che lo status gerarchico di un determinato individuo, all’interno di un gruppo, dipende senz’altro anche dalle sue alleanze, cioè dai legami di attaccamento che riesce a costruirsi e a mantenersi.

Risulta, dai dati epidemiologici disponibili, che le donne depresse sono ancora oggi due volte più numerose degli uomini nel mondo occidentale. Ci sarebbe cioè una predisposizione alla malattia depressiva nelle donne? Mentre le donne sembrerebbero, per sani motivi di adattività biologica, più capaci di entrare in depressione (il problema semmai è come vengono aiutate ad attraversarla creativamente), gli uomini sarebbero più orientati a sviluppare “equivalenti depressivi”, non più dunque sul versante interno quanto su quello esterno: così, l’uomo si suicida con maggiore efficacia “risolutiva”, ma non cambia se stesso; oppure tende a cambiare donna proprio quando dovrebbe essere, invece, almeno un po’ depresso.

È stato stimato in maniera attendibile che il costo di campagne di prevenzione appropriate ed efficaci sarebbe, nel caso delle depressioni, del valore solamente di un ventesimo dei costi necessari per curare tutti i casi leggeri di ansia-depressione, e costituirebbe addirittura semplicemente un trentesimo dei costi necessari per la cura di tutte le situazioni depressive più gravi. L’economia della prevenzione risulta insomma – se si volesse implementarla – decisamente “alla nostra portata”.

Da uno studio tedesco del 2000 si è rilevato che, mentre la qualità dei miglioramenti prodotti dalle psicoterapie individuali non risultava differire da quella prodotta dalle psicoterapie di gruppo, il costo complessivo delle cure efficaci inclusivo di (qualsiasi) psicoterapia era del 25% inferiore al costo complessivo di cure realizzate senza interventi formalmente psicoterapeutici.

Aggiornato il 22 Settembre 2022