8 Febbraio 2018

Sintesi conflitti dimenticati

Conflitti dimenticati

Una ricerca della Caritas Italiana in collaborazione
con “Famiglia Cristiana” e “Il Regno”

Riportiamo di seguito alcuni passaggi del volume “I conflitti dimenticati” (ed. Feltrinelli, Milano, 2003, pp. 152), una ricerca condotta da Caritas Italiana in collaborazione con le riviste “Famiglia Cristiana” e “Il Regno”. La ricerca si è avvalsa del supporto di F. Strazzari e G. Giacomello dell’Istituto Universitario Europeo di Fiesole, e di altri autorevoli esperti (la SWG di Trieste, Canale Tre di Roma, il Centro Ferrari di Modena, P. Boda dell’Università di Roma e A. Brandani dell’Università di Bologna).

Esistono conflitti?
Negli anni ’90 si sono registrate 57 guerre in 45 Paesi, in massima parte deflagrazioni civili combattute per il controllo del governo o del territorio. Il 90% delle guerre dopo il 1945 ha avuto luogo nei Paesi poveri. A pagarne il prezzo maggiore sono stati degli innocenti: 2 milioni di bambini morti dal ‘90 al 2000; circa 27 milioni di morti tra i civili dal dopoguerra ad oggi (il 90% del totale delle vittime); 35 milioni di rifugiati. A ciò si aggiungano i danni ambientali, economici, sociali, spesso cause di sottosviluppo di interi continenti.

I conflitti sono dimenticati?
Una risposta sintetica a tale domanda non può che essere affermativa, almeno se ci si riferisce all’Italia di oggi. Tv, radio, stampa, Internet, Istituzioni (europee e italiane), la stessa popolazione in generale dà poca attenzione, talvolta semplifica o banalizza situazioni drammatiche. Anche la Chiesa cattolica, sebbene si metta in gioco in prima linea (si pensi all’audacia del Papa e ai 634 martiri degli ultimi 12 anni) non raggiunge in modo significativo l’obiettivo di informare i cattolici sui disastri causati dalle guerre. Un campione rappresentativo della popolazione italiana è stato infatti raggiunto all’inizio di dicembre 2001, attraverso un sondaggio demoscopico. Che la guerra evochi nell’immaginario collettivo un’idea di morte e devastazione lo riconosce il 78% degli intervistati. E tuttavia il 25% degli stessi non è in grado di citare alcun paese coinvolto in guerre.

I mass-media
La maggioranza degli intervistati ritiene che l’opinione pubblica non sia sufficientemente informata sulle guerre in corso e sulle ragioni che le determinano. Questo implica un giudizio negativo sui media di cui essi prevalentemente si servono: Tv, radio e stampa. Questa considerazione è confermata dalle altre parti della ricerca relative ai mass-media che ha preso in esame l’informazione su sette casi studio (Angola, Colombia, Guinea Bissau, Kosovo, Palestina, Sierra Leone, Sri Lanka) per un periodo di osservazione di 2 anni e mezzo (dal 1/1/99 al 30/6/01).

Per quanto riguarda la stampa quotidiana italiana sono stati esaminati quattro quotidiani nazionali: “La Repubblica”, “Il Corriere della Sera”, “La Stampa” e “Avvenire”, per dieci settimane estratte casualmente, due a semestre, dal gennaio 1999 al giugno 2001. Su 1087 articoli analizzati, Palestina e Kosovo si presentano al primo posto, con il 95,2% del totale degli articoli. I casi scelti tra le “guerre dimenticate” occupano solamente il 4,8% del totale degli articoli censiti, confermando così che l’attenzione data a conflitti “vicini” (geograficamente, culturalmente, ecc., come ad esempio Kosovo e Palestina) è assai superiore a quella data a situazioni meno note (grafico 1). La conclusione è che nella stampa quotidiana italiana ci sono guerre di serie A e guerre di serie B. Inoltre, la presenza sulla stampa di notizie sui conflitti è episodica, legata spesso a singoli eventi, con una vitalità che in genere non supera i due giorni consecutivi di presenza sui quotidiani. Nell’analisi dei conflitti da parte della stampa italiana prevale la cronaca diplomatica e quella militare a scapito dell’analisi delle cause e delle conseguenze sociali, economiche, culturali, ecc. La maggior parte delle fonti è di origine internazionale, tra cui gli stessi governi nazionali e agenzie internazionali, spesso compromesse con interessi di governi e lobbies politico-economiche, la cui attendibilità è quantomeno discutibile.

Per Internet, radio e televisione le considerazioni sono analoghe. Per la Tv in particolare, i dati confermano decisamente l’esistenza di conflitti dimenticati da parte dei media televisivi italiani, anche se bisogna rilevare una maggiore attenzione su questi temi da parte della Tv pubblica (grafico 2). Sono stati analizzati 68.510 giornali radiotelevisivi, catalogando le notizie con criteri quanti-qualitativi (che tengono conto di orari, collocazioni, ecc.) che corrispondono all’offerta informativa di 8 antenne Tv nazionali [Rai 1, Rai 2, Rai 3, Canale 5, Rete 4, Italia 1, TMC 1 (oggi La 7), TMC 2 (oggi MTV)] e di 13 antenne radio [Radio 1, Radio 2, Radio 3, Italia Radio, Radio 24, Radio Capital, Italia Radio, Radio Vaticana, RDS, RTL, Radio Popolare, Radio 105, CNR], per 2 anni e mezzo e cioè per l’intero periodo oggetto della ricerca (da 1/1/99 a 30/6/01). In generale la radio mostra un grado di copertura migliore e più equilibrato. Ad esempio, mentre nel caso delle emittenti televisive il conflitto con il maggior grado di copertura (Kosovo, 103.304) riscuote un punteggio 2792 volte superiore rispetto al conflitto con il grado più basso di copertura (Guinea Bissau, 37), nel caso della radio la differenza tra i valori massimi/minimi è più ridotta: il Kosovo fa registrare un valore di 34.053, punteggio 115 volte superiore al conflitto con il grado minore di copertura (Guinea Bissau, 296). Anche i conflitti che vedono il coinvolgimento di alleanze internazionali (ad es. quello che si è combattuto in Kosovo nella primavera del ’99) dopo gli eventi bellici, cadono rapidamente nell’oblio dei media, col rischio di dimenticare i drammi delle conseguenze lasciate sul campo di battaglia. E, come si sa, ciò che non si vede, “non esiste”, o almeno così può accadere.Tutto ciò dà ragione al dato espresso dal sondaggio: il 71% degli intervistati avverte la necessità di maggior conoscenza e approfondimento sulle grandi questioni mondiali.

Sono stati esaminati anche i lanci di quattro agenzie stampa nazionali: Adn-Kronos, Agi, Ansa e Misna, per dieci settimane estratte casualmente, due a semestre, da gennaio 1999 a giugno 2001. Complessivamente i lanci sono stati 6.786, compresi quelli riguardanti il Kosovo e la Palestina, che da soli sono 6.455. All’interno del monitoraggio non sono stati presi in considerazione tutti i lanci relativi ai sette paesi (Angola, Colombia, Guinea Bissau, Sierra Leone, Sri Lanka, Palestina e Kosovo), ma solo quelli direttamente e indirettamente collegati agli eventi bellici e ai loro effetti sulla situazione generale del paese. Nell’analisi quantitativa sono state rilevate per ogni lancio le seguenti voci: data del lancio, agenzia di stampa, argomento principale, chiave prevalente e tipo di fonte. È stato verificato per ogni lancio di stampa l’avvenuta pubblicazione o meno nei quattro quotidiani presi in esame nel capitolo sulla stampa quotidiani. Va detto che in corrispondenza di più lanci per la stessa notizia, l’articolo di stampa che riprendeva la notizia era solamente uno, per cui è inevitabile un certo scarto tra il numero di lanci di agenzia e il numero di articoli pubblicati sul tema. Ci sembra infine doveroso precisare che l’analisi si è concentrata sulle sole agenzie nazionali in quanto i prezzi di accesso ai data-base delle principali agenzie internazionali sono esorbitanti.

La Chiesa e le Istituzioni
Il Papa, la Chiesa cattolica e l’Onu sono considerate dagli intervistati le uniche voci autorevoli che si levano contro l’ingiustizia delle guerre e nei contesti di crisi. Residuale il peso attribuito alla Commissione europea e al governo italiano. È noto anche l’impegno per la giustizia di molti cattolici: per circa la metà degli intervistati essi rappresentano delle voci di denuncia troppo scomode per le realtà in cui si trovano ad operare. Nonostante l’apparente successo di alcuni interventi armati, il 70% del campione ritiene che il ruolo della comunità internazionale di fronte a situazioni di conflitto debba essere quello della mediazione politica preventiva e dell’adozione di soluzioni non-violente. Una scelta economica, oltre che etica e solidaristica, visto che è dimostrato quanto sia costoso intervenire quando ormai le guerre sono devastanti. Solo il 10% condivide le tesi militariste. E un misero 2% ritiene che sia meglio non intervenire e lasciare che le crisi si risolvano da sé. Tutti questi dati devono far riflettere, soprattutto se confrontati col relativo silenzio e con la scarsa iniziativa delle nostre istituzioni (in special modo quelle italiane: governo e parlamento), confermata dalle altre sezioni della ricerca.

Non servono j’accuse, ma precise assunzioni di responsabilità

Dopo l’11 settembre abbiamo capito con chiarezza che ci sono situazioni complesse che rischiano di ritorcersi contro di noi. Le guerre remote non portano più in casa nostra solamente persone richiedenti asilo, o gli enormi costi di operazioni/guerre umanitarie, o il disagio (etico) di dover aiutare popoli straziati dai conflitti o di usare beni “insanguinati” (diamanti, metalli, materie prime, droghe, petrolio ed altre risorse energetiche, ecc.). Le guerre lontane non sono più lontane. Gli Stati Uniti d’America sono entrati in una “nuova” guerra. E tutta l’Europa con loro. “In casa” abbiamo avuto vittime, case distrutte, aziende fallite o in seria difficoltà, stravolgimenti dei diritti civili… Abbiamo capito che occuparci di crisi lontane e un po’ incomprensibili diventa una questione di sopravvivenza: personale, sociale, economica, politica…. Tuttavia, tale posizione non deve limitarsi ad azioni di conservazione del proprio benessere, senza interrogarsi sulle profonde radici che sono alla base di conflitti e di instabilità a livello mondiale. In altre parole, non si tratta solamente di arroccarsi in una posizione di difesa dall’esterno, ma di una questione prima di tutto di carattere etico e solidaristico: bisogna essere vicini a persone meno fortunate e difendere i diritti (umani) di milioni (miliardi) di esseri umani che nel mondo vedono violate le loro attese, le loro speranze, assumendo fino in fondo una posizione di etica della responsabilità, che riguarda anche la nostra stessa esistenza-sopravvivenza. È un compito che non riguarda solamente le Istituzioni, ma ciascuno di noi, nella vita di tutti i giorni.

Che fare dunque?
Informare
Emerge con evidenza dalla nostra ricerca la richiesta della gente non solo di notizie, ma anche di strumenti di tipo interpretativo: serve conoscenza, non solo informazione. Non sempre le notizie riportate dai media internazionali affrontano determinate questioni da un’ottica obiettiva e con un approfondimento qualitativo adeguato. Si corre pertanto un duplice rischio: sia di non essere informati affatto su determinati conflitti, sia di divenire bersaglio di una informazione distorta, banalizzante, approssimativa, che in un’ultima analisi diventa essa stessa causa di pregiudizi e stereotipi negativi. Un paradosso che il sondaggio mette in evidenza riguarda la necessità di prevenire i conflitti, intervenendo quando sono ancora trattabili e relativamente meno costosi. Tuttavia, perché maturi una decisa volontà di intervenire è sempre più necessario un alto livello di attenzione pubblica. Perché questa sia presente occorre una buona informazione. Se questa attende che il potere comunicativo della violenza si manifesti, non si creano per tempo le condizioni perché maturi il livello di attenzione che spinge la volontà politica a intervenire per prevenire.

Educare
Nel lungo periodo, il compito è quello di educare, e questo spetta a tutti, in primo luogo alla scuola. Occorre educarci ed educare alla mondialità, all’interculturalità, alla pace, per comprendere che non è più possibile chiudere fuori o blindare i problemi, dichiarandosi padroni a casa propria. Dimenticare è anche un’offesa alla dignità umana. E se lo slogan “conoscere per amare” ha un senso, occorre proprio partire da una più capillare opera di formazione e rafforzare il lavoro ordinario alla base, come pure gli sforzi straordinari per sensibilizzare e promuovere una cultura del rispetto, del dialogo, della pace.

Avviare nuove politiche

a. Riempire il vuoto politico: Istituzioni e responsabilità collettive
Le Istituzioni hanno la responsabilità di cambiare rotta. La ricerca ha mostrato la loro sostanziale reattività e la loro scarsa attività (soprattutto preventiva) nei grandi (e piccoli) scenari di crisi a livello internazionale. Sia i cittadini, sia i fatti (documentati da questa ricerca) sembrano univocamente dimostrare come la latitanza della nostra classe dirigente sia grave. Occorre ribadire che il 70% del campione intervistato – oltre alla saggezza che contraddistingue ciascuno di noi – ritiene che il ruolo della comunità internazionale di fronte a situazioni di guerra o di grave conflitto debba essere quello della mediazione politica preventiva e dell’adozione di soluzioni non-violente. Il tradizionale ruolo del governo italiano nella mediazione preventiva e numerose altre esperienze meno note, talvolta di diplomazia sommersa, dimostrano come ci sia un ruolo, uno spazio anche per i governi nazionali, ma che tale spazio vada ulteriormente riempito. Resta enorme anche il vuoto lasciato da dichiarazioni di imminenti “piani Marshall” che si ripetono davanti a molti conflitti armati e a cui ben poche iniziative fanno seguito. In questo senso, si avverte la necessità di una politica comune europea, attenta alle istanze provenienti dai paesi più poveri, e non solamente ai grandi interessi dei gruppi di potere politico ed economico o delle singole nazioni.

b. Lottare contro la povertà e le disuguaglianze
Non va sottaciuto il forte ruolo scatenante dei conflitti ricoperto dai meccanismi di ingiustizia sociale e asimmetria redistributiva. In effetti nessuno può ormai negare che tra le principali cause dei conflitti vi sia la povertà economica. Basti pensare che circa il 90% dei conflitti armati dopo il 1945 ha avuto luogo nel Terzo Mondo. La disuguaglianza sociale, l’asimmetria nel possesso e nell’accesso alla ricchezza costituisce una minaccia concreta alla sicurezza della terra e rischia di produrre il combustibile per far esplodere nuove guerre. Il riequilibrio delle disuguaglianze sociali (unito alla lotta al cambiamento del clima e alla lotta alla proliferazione degli armamenti) diventa la base su cui fondare il processo di costruzione della pace.

 
 
 

Aggiornato il 8 Febbraio 2018